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Referendum costituzionale del 2020 sul taglio dei parlamentari: come funziona e le ragioni del Sì e del No

By   /  4 Settembre 2020  /  No Comments

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Il 20 e il 21 settembre 2020 si voterà per un referendum costituzionale sulla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari di Camera e Senato. Si vota Sì o No e non è previsto il quorum

Il 20 e il 21 settembre 2020 si voterà per un referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari di Camera e Senato. I seggi sono aperti domenica 20 settembre dalle 7 alle 23 e lunedì 21 dalle 7 alle 15; oltre al documento e alla tessera elettorale, a questo giro ricordate la mascherina; alle urne sono chiamati 51.559.898 cittadini. 

Il taglio dei parlamentari è previsto dalla riforma approvata in Parlamento in ottobre: quasi tutti i partiti un anno fa hanno votato sì, compatti. In tutti i partiti, oggi, c’è chi fa campagna per il no (spesso smentendo il proprio voto in Aula). Il dibattito sul taglio dei parlamentari e sul referendum, dopotutto, è ormai incontenibile: è un affare da populisti, anzi no, è una battaglia storica della sinistra, dai tempi della Iotti, o ancora bandiera della destra; si dà una spallata al governo con il no, si dà una scossa verso le urne con il sì. Tutto e il suo contrario. Allora, già che si va a modificare il testo base della nostra democrazia, sarà meglio provare a fare chiarezza su cosa prevede la riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum. 

Referendum senza quorum

È un referendum costituzionale, quindi non è previsto quorum. Non importa l’affluenza: se vince il sì la riforma sul taglio dei parlamentari entra in vigore; se vince il no, viene bocciata. Bastano quattro gatti: se tre sono per il sì vince il sì (o viceversa). Sulla scheda ci sarà una sola domanda e sono previst1e solo due risposte (Sì o No): «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?». Fac-simile della scheda elettorale del referendum 2020 (ministero dell’Interno)Fac-simile della scheda elettorale del referendum 2020 (ministero dell’Interno)

Cosa succede se vince il sì 

Il sì dà il via libera alla riduzione del numero dei parlamentari, con la modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione. È un taglio lineare, che non tocca le funzioni di Camera e Senato (il bicameralismo paritario): il numero dei deputati passa dagli attuali 630 a 400, quello dei senatori eletti da 315 a 200. Cifre che includono i parlamentari eletti all’estero: con la riforma 8 deputati (oggi sono 12) e 4 senatori (oggi sono sei). A Flourish election chartA Flourish election chart

Il taglio dei parlamentari

Insomma, Camera e Senato vengono ridotte di poco più di un terzo (del 36,5% a voler essere pignoli). Oggi c’è un deputato ogni 96 mila abitanti, con il taglio ce ne sarebbe uno per 151 mila. A Palazzo Madama oggi siede un senatore ogni 188 mila abitanti, con il taglio ce ne sarebbe uno ogni 302 mila. E qui si arriva al primo nodo del dibattito: sono pochi, sono tanti? Può un senatore passare dal rappresentare una popolazione di 188 mila abitanti a una di 302 mila? Esiste una formula magica della rappresentanza? Come funziona all’estero? Ecco un grafico con alcuni esempi.A Flourish chart

Certo, la Germania ha più di 83 milioni di abitanti, la Spagna meno di 48 milioni: sono differenze che vanno tenute in conto se vogliamo fare paragoni. L’ufficio studi di Montecitorio ha preparato un confronto con gli altri Paesi europei, prendendo in considerazione solo le Camere «basse» (come quella dei deputati, il Bundestag tedesco e la Camera dei Comuni britannica), dal momento che le Camere alte hanno modalità di selezione e funzioni che variano da Paese a Paese (diverse, ad esempio, non votano la fiducia al governo). A Flourish chart

Quanto si risparmia con il taglio dei parlamentari 

Tra i temi principali della campagna — su cui insiste il fronte del sì — c’è poi il nodo risparmi:tagliando i seggi, la sforbiciata si abbatterà infatti su 315 stipendi. I compensi dei parlamentari variano, c’è la paga base e c’è la diaria, le indennità di carica e altre voci. Possiamo però considerare in media un compenso, rimborsi inclusi, di 19 mila euro e rotti per un deputato e poco di più, tra 20 e 21 mila euro, per un senatore (nei bilanci di Camera e Senato si può ricavare una media di circa 230 mila euro di compenso annuo per deputati e di 250 mila euro per senatore). Si arriva a un risparmio annuo di 53 milioni alla Camera e di 29 milioni al Senato. L’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli ha fatto notare come, però, sia importante considerare anche le cifre nette. Parte dei compensi torna allo stato sotto forma di tasse: calcolato sullo stipendio netto il risparmio sarebbe di 37 milioni per la Camera e 27 per il Senato. Di contro si può pensare, però, a una riduzione di altre spese «generali» (gestione degli uffici, dalla cancelleria ai telefoni, fondi ai gruppi, ecc..) più difficili da quantificare (secondo alcune stime, si tratta di circa 30 milioni).

Le differenze nei territori

Il taglio è lineare, gli effetti variano da regione a regione. Nel grafico si possono osservare le differenze. Alla Camera il quadro è comunque abbastanza omogeneo: per alcune regioni, come Basilicata, Molise e Umbria, il taglio è di circa il 33%, per altre si arriva al 39; in abruzzo c’è un deputato ogni 145 mila abitanti, in Liguria poco meno (uno ogni 157 mila). In Senato le forbici del taglio hanno movimenti più ampi: il Veneto, ad esempio, perde il 33% degli eletti, la Basilicata il 57%. A Flourish chart

Il Senato è eletto su base regionale e oggi la Costituzione prevede per ogni territorio un numero minimo di seggi: sette senatori per ogni regione (tranne due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta). Se vince il sì il numero minimo sarà di 3 senatori per regione o provincia autonoma. La quota minima è prevista per Basilicata e Umbria, 4 senatori avranno Friuli Venezia Giulia e Abruzzo, 5 Liguria, Marche e Sardegna. Le differenze tra una regione e l’altra sono più marcate: se la Basilicata avrà un senatore ogni 193 mila abitanti, Abruzzo e Sardegna ne avranno uno ogni 327 o 328 mila. Ecco un altro nodo del dibattito: quello sulla rappresentanza. Per il fronte del no le regioni più piccole non sarebbero adeguatamente rappresentate. E non solo. I collegi piccoli portano con sé un effetto di «sbarramento naturale»: se in palio ci sono tre o quattro seggi, passano solo i partiti più grandi, e restano fuori tutti gli altri, a volte anche con percentuali a due cifre. Anche questo, per i sostenitori del no, indebolisce la rappresentanza. 

Chi ha votato la riforma

Il primo via libera del Parlamento alla riforma è arrivato il 7 febbraio 2019, in Senato, quando la maggioranza era quella gialloverde formata da 5 Stelle e Lega. A dire sì, nelle prime tre votazioni, sono stati Movimento, Lega, Forza Italia (con qualche distinguo) e Fratelli d’Italia. Per l’approvazione definitiva – al quarto passaggio parlamentare, quando la maggioranza intanto aveva cambiato colore ed era diventata giallorossa – i voti favorevoli alla Camera sono stati ben 533 (14 i contrari e due astenuti): a votare sì questa volta anche Pd, Leu e Italia viva.

Le posizioni

Qualcuno poi ci ha ripensato. Come Sinistra italiana, adesso schierata per il no. Come molti nel Pd, che avevano chiesto correzioni alla legge elettorale e altre riforme «compensative» che non arriveranno prima del 20 settembre. E pure come diversi di Forza Italia, che giudicano «populista» il taglio. Il fronte di chi si oppone alla riforma vede, accanto al Comitato per il No, partiti che vanno da Calenda a +Europa fino a Rifondazione, passando dai centristi, oltre ad associazioni come l’Anpi. Per il sì è schierato il Movimento 5 Stelle, che di questo taglio ha fatto una bandiera (non mancano però parlamentari dissidenti). Così come Fratelli d’Italia e la Lega (anche qui con qualcuno contrario). Divisa al momento FI. Mentre il Pd dovrebbe sciogliere a giorni la riserva e abbracciare le ragioni del sì. Italia viva ha lasciato libertà di coscienza.

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