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Diario da Hong Kong (parte III) – 7 Eleven e altri luoghi ameni

By   /  20 Ottobre 2014  /  No Comments

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6OCT2014 h 22:00

Primo giorno di lavoro.

Colazione in appartamento e non sono nemmeno male gli unici biscotti al burro che abbiamo trovato da 7 Eleven. 7 Eleven è il classico negozio in cui potrebbe lavorare il protagonista adolescente di una serie tv americana, di quelli che non si capisce bene cosa vendano ma non si capisce nemmeno se mai chiudano; e per fortuna, specie quando alle undici di sera non hai uno straccio di busta di latte per il mattino seguente o vuoi fumare e il self service di turno non ti prende le banconote. Basta che non ti venga in mente di comprare le brioscine. Le brioscine, a Hong Kong, non esistono.

In compenso, ci sono queste panetterie cino-giapponesi. Le vedi da lontano, gli occhi cadono per forza sulle vetrine che danno all’esterno, entri e diventi un bambino di sei anni per mano alla mamma, che le tiri la gonna per convincerla a comprare. Compreresti tutto. Allora afferri una di queste specie di pinze a disposizione, il tuo bel vassoio, e cominci ad aggirarti per gli scaffali, soffermandoti su questo o quel dolcetto, e quando arrivi al bancone servono sempre due buste. Ci sono i muffin, un sacco di gusti e dimensioni, e accanto croissant al burro, e poi ancora queste merendine che ricordano le Camille del Mulino Bianco e le trovi al cioccolato, alla vaniglia, al mango, a tutto. E ancora oltre, questi dolci salati fuori-pastasfoglia-dentro-carne-di-maiale, e poi panini e calzoni, brioche e ce n’è come vuoi e con quattro euro ci fai anche lo spuntino delle 10:00.

Il tempo di arrivarci e scopriamo che, di tutte, la fila più bella è in metropolitana. Scendiamo le scale mobili e sotto si materializza un delirio di gente che io guardo Claudia e poi l’orologio e poi di nuovo Claudia e le faccio, stamattina non arriveremo mai puntuali. E invece dovreste proprio vederle queste persone, in un corridoio largo cinque-sei metri, incolonnate che pare una processione delle nostre, andare tutte dello stesso passo senza spingersi né toccarsi, che a fare trenta metri puoi pure impiegarci un paio di minuti ma nulla ti vieta di staccare il cervello e aspettare l’ingresso per strisciare la tua brava tessera magnetica. Anche se poi trovi qualche cinese di Sicilia che fa il furbo e prova a saltare la fila, e tu, riconoscendoli, non puoi evitare di accodarti.

Usciti dalla fermata di Admiralty, gli studenti ci appaiono belli tranquilli anche stamattina, qualcuno ci spiega che la scorsa settimana la fiumana di manifestanti era così immensa che percorrere il passaggio sopraelevato significava fare a spallate. E adesso, adesso invece i residenti si sono incazzati e hanno tolto il loro appoggio alle proteste, e così si respira un’aria quasi da “rompete le righe” che chissà cosa succederà.

Quanto a noi, lavoreremo in un grattacielo con una quantità tale di piani che ciascuno dei quindici ascensori non permette di raggiungerli tutti. E allora, prima di avventurarci verso il ventitreesimo livello (di questo giochino da Playstation e però tanto reale), tocca controllare bene i numeri sopra le porte scorrevoli, per evitare di entrare e non avere un pulsantino su cui cliccare.

In realtà questo è un rischio concreto anche se dovessi azzeccare l’ascensore, dato che la scaramanzia cinese batte quella napoletana e non è insolito scoprire che il numero quattro, corrispondendo alla morte e quindi portatore di sfiga, venga escluso inopinatamente. Se manca il quattro, occhio perché potrebbe mancare anche il quattordici, perché pare sarebbe come augurare al disgraziato passeggero di essere “vicino alla morte”. Nel nostro condominio, per dire, si sono messi al sicuro, facendo sparire anche il ventiquattro.

Tra file e ascensori, arriviamo appena in orario. Pronti via, si comincia.

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