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Portogallo: il “miracolo” economico di Antonio Costa spiegato a Matteo Renzi

By   /  16 marzo 2017  /  No Comments

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Quando nel 2015 ha preso la guida del Paese, in molti temevano che avrebbe messo a repentaglio la stabilità dell’economia già così traballante. Invece dopo circa un anno e mezzo di Antonio Costa premier gli indicatori economici del Portogallo sono (quasi) tutti positivi e il Governo socialista continua a vendemmiare consensi nel Paese.

La ricetta a prima vista può sembrare semplice, ma l’equilibrismo politico retto da una politica europeista, ma contraria all’austerità non è cosa da tutti. Hanno molto da imparare gli altri leader socialisti europei che infatti, hanno iniziato ad andare in pellegrinaggio in Portogallo per tentare di scoprire il segreto di Costa. Tra questi, anche Gianni Pittella, capo del gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo che ha lanciato l’idea di creare un’alleanza con le forze progressiste radicali a patto che si resti nel perimetro europeo.

Anche Matteo Renzi avrebbe fatto bene ad andare in pellegrinaggio in Portogallo invece che in California per scoprire non tanto il segreto di Costa nel mantenere unita una coalizione di sinistra, ma soprattutto per carpire la ricetta politica che ha rimesso in carreggiata il Paese. Costa in meno di due anni ha dimostrato che non servono mancette elettorali per guardarsi il consenso e che l’economia non riparte a forza di slogan e riforme spot. Il premier portoghese ha remato contro le politiche di austerità, ha cercato risorse per ridistribuire i carichi fiscali, per fare investimenti nel welfare e sostenere i ceti più deboli alzando i salari.

Portogallo: la ricetta politica di Costa

Dalle elezioni in Portogallo del 2015 (fatte con il sistema elettorale proporzionale) non è uscito nessun vincitore. Il partito più votato è stato il Portugal á Frente, di centro-destra, ma dopo un primo tentativo fallito di creare un Governo di Passos Coelho, il presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva ha dato mandato al segretario del Partito Socialista, Antonio Costa.

Così a novembre 2015 è nato il Governo della “Geringonça”, traducibile con accozzaglia, termine per indicare un esecutivo raffazzonato, fatto male. Insomma il Governo di Antonio Costa, sostenuto da altre forze della sinistra radicale, come il Partito Comunista, il Blocco di Sinistra e i Verdi è nato sotto i migliori (si fa per dire) auspici.

La nascita dell’esecutivo in Portogallo è stata accolta dalle autorità internazionali con molta apprensione per il timore che un partito socialista con anime euroscettiche potesse portare il Paese nuovamente sull’orlo del baratro dopo il piano di salvataggio del 2011.

Antonio Costa è stato molto bravo a trovare il giusto equilibro tra le istanze dei suoi compagni di coalizione e la necessità di mantenere gli impegni di bilancio. Il premier ha convinto le forze di estrema sinistra a mettere da parte ipotesi di lasciare la NATO o di uscire dall’euro e dall’Unione in cambio di una politica contraria all’austerità.

In Portogallo la sinistra si è unita per vincere e ha trovato un buon compromesso per Governare arginando così la cavalcata delle forze di estrema destra che in Europa stanno prendendo sempre più piede proprio per la mancanza di risposte date ai cittadini dalle forze storicamente dalla loro parte. La ricetta si è rivelata vincente: all’inizio del 2016 il distacco tra i poli di destra e di sinistra era di poco meno di 10 punti percentuali, mentre un sondaggio recente rivela che il gap è salito al 27%.

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Portogallo: un’economia con segno positivo

In un recente rapporto sul Portogallo, l’OCSE – che continua a bacchettare l’Italia per la persistenza di debolezze strutturali e crescita fragile – elogia “l’economia portoghese che migliora progressivamente grazie ad un ampio programma di riforme strutturali dopo una pesante recessione”. In particolare evidenzia “un calo della disoccupazione e dei progressi considerevoli sul piano dell’export”.

Il Portogallo è stato tra i Paesi europei che ha maggiormente sofferto la crisi economica. Nel 2011 ha chiesto l’intervento della Troika con la quale ha negoziato un piano di salvataggio da 78 miliardi di euro in cambio di dure riforme lacrime e sangue. Il Programma si è concluso e nel maggio 2014, con una “clean exit”, cioè con un’uscita completa dal piano, senza il ricorso ad ulteriori crediti di sostegno.

Nel marzo 2016 il FMI ha pubblicato i risultati della terza visita di monitoraggio dopo il piano di salvataggio che evidenziava ancora debolezze strutturali che rallentavano la crescita economica portoghese. Ma l’arrivo del Governo Costa ha dato una svolta all’economia del Paese. Le riforme fatte sui mercati dei prodotti, sul mercato del lavoro, sul fisco, sulla concorrenza e sull’amministrazione pubblica – conferma nel rapporto il segretario dell’OCSE, Angel Gurria – “sostengono la ripresa economica in Portogallo e iniziano a portare i loro frutti. La crescita e l’export stanno crescendo e le prospettive di bilancio sono incoraggianti, ma bisogna ancora superare numerosi ostacoli con nuove riforme”.

La ripresa economica del Paese ha comunque imboccato la strada giusta: esportazioni e turismo sostengono una crescita dell’1,2% nel 2016, secondo le stime pubblicate a gennaio dal Banco de Portugal. Positive anche le previsioni sia per il 2017 (+1,4%) che per il 2018 (+1,5%), al cui risultato, secondo la Banca centrale, contribuiranno ancora le esportazioni (3,7% nel 2016, 4,8% nel 2017 e 4,6% nel 2018) e dei consumi privati (2,1% nelle stime del 2016, 1,3% nel 2017 e 1,4% nel 2018).

Anche il FMI vede un prossimo futuro di consolidamento della ripresa per il Portogallo: secondo le previsioni l’economia del Paese crescerà dell’1,3% nel biennio 2016-2017 e dell’1,2% nel 2018. Il tasso d’inflazione dovrebbe registrare nel triennio un andamento leggermente crescente: +0,7% nel 2016, 1,1% nel 2017 e 1,4% nel 2018, restano intorno alle medie UE.

Notizie positive anche dal mercato del lavoro che negli anni della crisi economica ha dato forti segnali di sofferenza: le stime FMI indicano un calo della disoccupazione all’11% nel 2016, all’10,6% nel 2017 e al 10,3% nel 2018. Il tasso resta comunque al di sopra della media europea, ma la ricetta economica del premier Costa spinge la disoccupazione al ribasso.

Tra le criticità ancora da risolvere c’è in prima fila il debito pubblico. Mentre il parametro del deficit è conforme alle regole europee (sotto il 3% del PIL), il debito resta ben oltre il limite del 60% del PIL. Nel 2016 il debito viaggiava al 130,8% del prodotto interno lordo, ma anche su questo indicatore economico il FMI prevede miglioramenti: prevede una riduzione del debito pubblico fino al 129,9% nel 2017 e al 127,7% nel 2018 e un deficit di bilancio che dovrebbe assestarsi stabilmente sotto la soglia del 3% nei prossimi anni (-2,1% nel 2017 e -2,9% nel 2018).

Insomma i profondi problemi dell’economia portoghese non sono scomparsi come per magia, ma è chiaro che la ricetta economica del premier Costa abbia iniziato a dare i suoi frutti consolidando una ripresa cercata da tempo. La lezione che proviene dal Portogallo è di doppia natura: politica perché insegna che è possibile fare una grande coalizione di sinistra basata sul compromesso che metta al centro i cittadini e non improbabili e suicide questioni ideologiche come l’uscita dall’euro; ed economica perché prova che può superare le politiche di austerità della Troika e allo stesso tempo spingere la crescita e mantenere gli impegni.

L’obiettivo principale del Governo Costa è consolidare i segnali di ripresa, continuare a ridurre il deficit e il debito senza generare altri effetti recessivi. Il rilancio delle esportazioni, del turismo e le misure per spingere la ripresa dei consumi interni stanno dando effetti positivi in termini di occupazione e gettito fiscale. Ma allo stesso tempo il premier sta lavorando al graduale rialzo degli stipendi, alla rivalutazione delle pensioni e al costante incremento degli aiuti a favore delle persone a rischio povertà.

Insomma Antonio Costa insegna che la politica delle mancette e delle riforme-slogan di renziana memoria non servono né ad accaparrarsi elettori, né tantomeno a spingere la ripresa. Servono riforme strutturali serie e perché no, una particolare attenzione ai cittadini, coloro che più di tutti hanno sofferto la crisi e pretendono dalla politica risposte, non colpevoli silenzi.

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